Assaggi musicoletterari - nr. 3 Lacrimosa "Seele in not"

24.06.2013 15:55

Appollaiata sul tetto della sua mansarda Rain assisteva a un miracolo che si ripeteva ogni giorno sin dall’inizio dei tempi, prima ancora che Eva mettesse al mondo Caino.

Come potevano i suoi Confratelli privarsi volontariamente dell’ascetica contemplazione della stupefacente aurora, quando il cielo si tinge di un pallido rosa e accoglie in sé l’occhio caldo ed energico dell’astro maggiore? Niente al mondo avrebbe potuto distrarla da una visione talmente sublime!

Era solita ogni giorno salutare di buonora la nascita del Sole. Nel Sole che splende e brilla immerso nell’infinito e tenue azzurro del cielo, che sorge e tramonta, che scandisce lo scorrere del tempo, il susseguirsi dei giorni ella vedeva il suo Dio, che non aveva per lei altro volto se non quello della sfera lucente apportatrice di luce e vita. E proprio per armonizzarsi con Lui ogni mattina, al risveglio, qualunque fosse l’ora in cui si destava, lei saliva sul tetto dalle rosse tegole che ricopriva il suo appartamento e si metteva in piedi, di fronte a Lui, immergendosi nella Sua energia in un lungo bagno di luce. Mentre faceva questo pensava al Dio Padre senza attribuirgli né nome né forma. Gli archetipi usati dalla maggior parte dei pagani al fine di rendere più familiari i volti degli Dei non riuscivano a rappresentare l’idea che Rain aveva di Lui. Solo il cerchio infuocato che dominava la cupola celeste durante le ore diurne riusciva a scuotere la sua anima sotto le energiche vibrazioni del potere universale maschile.

Così assorta in quell’intensa e sincera venerazione ed era talmente in sintonia con le forze della Natura e del Cosmo riusciva con facilità a isolare tutti i pensieri estranei che potevano in qualche modo turbare quel profondo momento di preghiera; ma era decisamente più complicato rendere le sue orecchie sorde alle vibrazioni sonore, specialmente se queste provenivano da una fonte talmente familiare nonché altrettanto piacevole.

«Tesoro vieni giù?»

Il richiamo, che la fece riemergere un po’ troppo bruscamente dal suo stato di meditazione, sembrava provenire proprio dalla sua camera.

“Ilie?!”, pensò stupita. “Cosa ci fa’ qui Ilie?”.

Non avevano più avuto alcun contatto dalla sera delle prove e la sua visita, quella mattina, risultava alquanto inconsueta.

Rinunciò a quel momento di estatica comunione col divino e ridiscese all’interno dell’appartamento percorrendo il corridoio che l’avrebbe condotta nella sua stanza. Non appena si trovò dinnanzi all’uscio si accorse che le imposte erano serrate e l’unica scintilla di luce proveniva dai piccoli bagliori delle sinuose fiamme di candele disseminate un po’ ovunque: sullo scrittoio, sugli scaffali dei libri, sul pavimento.

Entrò e lo vide, attraverso la semi oscurità, disteso sul suo letto mentre sfoggiava uno dei suoi sorrisi più affascinati.

Rain non poté fare a meno di ricambiare quel così accogliente sorriso, dimenticando improvvisamente il piccolo fastidio che aveva provato nell’essere interrotta il suo rito mattutino. «Cosa fai qui?» gli chiese con voce morbida come fosse di velluto. «Sei venuto a darmi il buongiorno?»

Si avvicinò a lui con passo leggero e spense quell’adorabile sorriso con un profondo e caldo bacio. Non riusciva a trattenere lo stupore che le aveva suscitato trovarlo lì e fece di tutto per non svelare il brivido di eccitazione che le procurava la visione del corpo di lui avvolto dalle nere lenzuola che mettevano ancor più in risalto il bianco niveo della sua pelle.

«Ho fatto un po’ tardi stanotte» spiegò, mentre si spostava da una parte del letto per farle spazio accanto a lui, «e casa mia era troppo distante. Se non avessi trovato il tuo Sire ancora sveglio, l’alba mi avrebbe colto prima che potessi mettermi in salvo. Tu non mi avresti mai sentito! Che facevi sul tetto? Sei lassù da un mare di tempo!»

«Stavo ammirando la nascita di coLui da cui fuggivi» disse Rain sdraiandosi accanto a lui, senza entrare però fra le lenzuola di seta che scivolavano lisce sotto le sue gambe nude. Solo una maglietta ricopriva il corpo dell’eterna fanciulla, una t-shirt di due misure più grande da sembrare quasi un abitino, raffigurante sul fronte il volto di un inquietante clown con gli occhi sbarrati e le braccia aperte come a voler accogliere qualcuno in un macabro abbraccio; era il simbolo di una delle band preferite dai due ragazzi: i Lacrimosa.

http://www.youtube.com/watch?v=TosqIWxUoic

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